martedì, 17 febbraio 2009
Oggi ho fatto un viaggio,
il più emozionante,
il più adrenalinico,
il più wooooow dei viaggi della mia vita.

Ho comprato un polveroso souvenir del centro storico,
la mappa dettagliata,
ho mangiato i pop corn al luna park,
cavalcato la ruota panoramica,
vinto il pupazzetto al tiro a segno,
ho fatto la foto con la mia tipa
e comprato il ricordino per la famiglia.

Lei era felice e anch'io,
abbiamo scritto dieci cartoline
mentre il sole calava al tramonto.

A sera gunta
l'hotel era il più profumato di tutti,
il copricesso alla lavanda,
le saponette buone
l'aria condizionata
e il plasma ultrapiatto.

La notte arrivò come il soffio su una candela.
Domani si torna...basta che le palle mi escano dalla porta della reception!!
- Pensieri di un Amantioto -
colpevole: Meelquiades alle ore 20:24 | Permalink | commenti
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domenica, 21 settembre 2008

imagesSugo, carta, gioia 69, girotondo, telepass family, velasquez, alitalia, pinuccia, la cacca nel vasino, la speciazione, la specializzazione, la finestra rotta in caserma d'inverno, la chimica della filosofia, sapere nel festival, gli aeroplani di Valencia che atterrano nell'oblio, vodka russa, vodka rossa, vodka red bull grazie, alla pesca....la vodka...aggiungimi come amico...siamo amici....di che pasta sei fatto?.....quante ne sai di grammatica?....dai...tagghiamoci...essere belli....ma belli dentro. Se Morellato potesse vederci, o se lavorassimo per la Tirrenian. Stansted è lontana, ma forse sono più belli quelli del Loolapalosa....quelli fuori dal privee non troppo privato. Ho provato a farmi una seconda laurea, poi ho incontrato Laura e ho mollato l'idea, dopo che mi ha mollato. Se no a quest'ora....sai che sarebbe successo....sai...in fondo i contributi bisogna pagarli...ed in pensione si ci andrà prima del tempo che fugge. dottori..miei cari colleghi...viva la vita...la creazione mentale e fisica...viva l'odio...viva la violenza...viva facebook.

Ditcrew rinasce

 

 

colpevole: Meelquiades alle ore 14:47 | Permalink | commenti
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venerdì, 25 luglio 2008
Tiene l'orologio dieci minuti indietro così poi crede di scendere in orario, invece scende in ritardo di venti minuti. Getta le cose nell'armadio, in alto, così dopo un mese la montagna di roba la travolge, e pigiami rosa sciarpe magliette la sommergono. Poi magari trova la maglietta che cercava un mese prima, la mette, ma è cambiata stagione e ha freddo. Poi di solito controlla dieci volte che il gas sia chiuso, ed esce senza chiudere la porta di casa. Quando porta fuori il cane la vedo arrivare come farebbe un rabdomante, aggrappata al guinzaglio, trascinata da 'sto cagnolino piccolissimo ma assolutamente maldestro e irregolare, che la porta in giro, e mi cammina sei metri avanti. Intanto si vedono gli altri col cane, intorno, che sembrano disegnati / o fotografati per una pubblicità di educazione canina. E' tremenda. Mi piace da dio.
colpevole: kimala66 alle ore 16:50 | Permalink | commenti (1)
categoria:crepe e nuvole
domenica, 10 febbraio 2008
Passa sempre più tempo fra un post e l'altro e forse questo fa riflettere sui cambi di orientamento che possono avere le persone, cambi forse dovuti al fatto che " il continuo mutare della natura ci costringe a cambiare i mezzi "...
Cercare la verità costa fatica, è utile lo sforzo?
Io intanto ho un'altra scheggia di vetro nel dito, il medio destro dalla parte del palmo, tra falange e falangetta.  Che dite, mi porterà ad una scelta?
colpevole: vuv alle ore 23:10 | Permalink | commenti
categoria:humans after all
mercoledì, 28 novembre 2007
Quella mattina George si sentiva preparato e sereno, era da un po' che riusciva a stare sui binari: orari fissi, lezione, lavoro; routine nella sua accezione più utile e nobile, di quella che ti salva dal nulla vuoto e tonifica lo spirito. George era anche concentrato a non far scadere questa bella routine in pesante ripetitività, per questo, di tanto in tanto, si proponeva delle piccole sfide; quella mattina , per esempio, decise di provare a fare la cosa più distraente che poteva fare per uscire dai binari della regolarità acquisita con fatica e cioè, la doccia calda.
Si mise pericolosamente sotto il getto sapendo che rischiava di perdere il treno, restò li a godersi il caldo.

Era passato già qualche mese da quando il Ministro dei Sentimenti Sinceri aveva decretato il divieto di ricordi dolorosi e questa volta in effetti stava funzionando, anche se questo aveva un po' ridotto i metri quadrati della sua creatività. Ci teneva ai suoi modesti 50mq. Poco male, era convinto che avrebbe ritrovato anche quello, se fosse riuscito a staccarsi dalla doccia in tempo per il treno.

Sarebbe stata la prova che riusciva a staccarsi dai vizi in virtù di un ritrovato progetto di vita.

"Routine è il modo pratico e consueto di procedere nell'attività quotidiana.
Può anche avere connotazione negativa, come "monotona" ripetizione.

La parola viene dal francese route, strada, che deriva dal latino via rupta, cioè "via aperta", "strada battuta":

  • nel 1442 è attestato in francese routier, colui che conosce bene la strada;
  • nel 1559 in italiano il verbo rumpere (da dove il succitato "rupta") esprime la facoltà di acquisire conoscenza per mezzo della pratica e dell'esperienza, più che dallo studio.

È solo nel 1715 che la parola inizia a indicare anche la "ripetizione" della stessa azione nello stesso modo.

Diversi scrittori han tentato di adattare la parola alla lingua italiana, copiando le forme già presenti nei dialetti settentrionali (in piemontese rotìna, in milanese rotìnna, in veneziano rutìna), ma le diverse formule proposte non si sono affermate e son state respinte dai puristi."



Quando arrivò in stazione ritrovò il volto famigliare della routine: le facce con cui incominciava ad avere confidenza e a chiaccherare. George era felice della sua Routine, stava diventando come una donna affascinante, con quel nome francese. L'avrebbe sfidata ancora.
colpevole: vuv alle ore 19:33 | Permalink | commenti (1)
categoria:humans after all
lunedì, 19 novembre 2007
Ecco, mi ritrovo a camminare in un "supermarket", evitare il contatto con altre persone, tante persone, tutti  frutto di orgasmi, tutti orgasmi viventi, mi sembra di sentire migliaglia di gemiti a cui sono totalmente estraneo, è quasi imbarazzante...quanto mi sento a disagio nel "supermarket"!
Sarebbe bello poter permettersi di sbucciare delle ghiande seduto sull'argine del Po, in un pomeriggio di primavera. Affondare l'unghia nella buccia e strappare, mettere a nudo il nocciolo bianco e liscio, posarle in fila fra i piedi, finchè non si è stufi e poi lanciarle in acqua...plof...plof...plof.
colpevole: vuv alle ore 00:12 | Permalink | commenti
categoria:humans after all
lunedì, 08 ottobre 2007
E' una giornata granitica, niente di morbido, un camion passa veloce veloce e strappa il ramo di un albero, pieno di minuscoli frutti arancioni. I negozi vanno verso la chiusura, e oggi nessuno ha venduto niente a nessun altro. Il giornale non ha la prima pagina, tecnicamente difficile da immaginare. Un caffè nel bar non è mescolato da nessuno, e il mio maestro delle elementari si rotola nella tomba, perchè è stato sepolto vivo. Grazie maestro, di avermi dato le parole e l'odio per questa nebbia e le sue malcelate nervose appiccicaticce metafore, per questo tergicristallo disegnato come una strada. Niente davanti e niente dietro, solo un adolescente vestito da coniglio, picchiato da due gatti obesi. Niente domani, solo un vecchio rancoroso, puzzolente di sigaro e di bar, incompreso dall'alcool e dalla moglie. Un altro camion passa veloce, e mette a posto con un colpo di copertone il ramo strappato, e tutti i suoi frutti si ricompongono. Getto la sigaretta e torno al lavoro. Così è la vita.
colpevole: kimala66 alle ore 16:42 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 29 agosto 2007

strada2Il signor K si affacciò dalle scale con un fare minaccioso. Sarà stato il baffo da politico tedesco degli anni trenta o il gessato in tono con cravatta e gemelli. Con quel monito tutti ci sentimmo un po’ colpevoli della nostra viltà. Assaporammo l’agro pensiero di una autoflagellazione. C’è persino chi pensò di andare in vacanza con Briani, pur di riequilibrare lo scompenso della propria coscienza. Ma per fortuna preferì scontare la sua pena contando i piccioni presenti in Piazza del Campo in Siena la mattina del quindici agosto di quell’anno. Oggi il signor K frequenta i locali più affollati di agnostici, anche se nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Persino Trainor non riusci a capire cosa ci fosse dietro quel miscuglio di terreno, sabbia, sudore e peperoni. Studiò per giorni le possibili varianti di quella quaterna provvidenziale ma il risultato fu una Heineken in Via margherita, che lo accompagnò nell’osservazione del tempo, nel suo lento, ma determinato, avanzare.

E vissero tutti,

felici e contenti.

colpevole: Meelquiades alle ore 02:07 | Permalink | commenti (1)
categoria:i punti della sfera
lunedì, 09 luglio 2007

Esco un attimo, ho lasciato le chiavi sotto la plancia col budda. Ah, se per caso chiama Domenico ditegli che passo io a portare i libri. Altra cosa, c'é su il brodo. attenzione a spegnerlo che sennò finisce come l'altra volta che ha schizzato (...vero M?)  che adesso sembra la cucina di Pollock. I fogli del comune non li ho trovati. Esco un attimo - vado a prendere delle cose da una parte. Ah, e no, non siete invitati. Mi spiace!

K66

colpevole: kimala66 alle ore 12:42 | Permalink | commenti (10)
categoria:muri
mercoledì, 06 giugno 2007
Bella, audace, profumata e docile come una lasagna. È così che mi si presenta per la prima volta la mia nuova voce. Finalmente è toccato a me. Dopo due anni di attesa in una coda chilometrica di interventi, finalmente il mio nuovo punto di contatto con il mondo. Una voce nuova.
Appena fuori dall’ospedale, anzi, ancora prima, appena giù dal lettino eccola: come un bebé che grida e scalcia per prendere pieno possesso del mezzo che lo accompagnerà per tutta la vita, io ho cantato “Ridi Pagliaccio”. Svolazzi di applausi tra le infermiere e il primario. Poi scarpe, sorrisi in corridoio, e una grossa porta a vetri che solo tre ore prima avevo varcato al contrario, non del tutto sicuro e tranquillo riguardo l’esito dell’operazione.
Ma, dopo la firma, niente più titubanze. Un contrattino, un’assicurazione o qualcosa di simile.  
Anche in strada, per la prima volta, saluto i passanti frettolosi con calma e malcelato slancio, e colgo nelle loro espressioni la stupita sorpresa dell’ascoltare una gran bella voce. Mi propongo con una nuova portata, culinaria immagine, rispetto al mio solito antipasto carente di tonalità gravi e profonde: dopotutto in una città ci si frequenta in pochi, e solo la piccola frazione di concittadini che mi conosce saprebbe notare la differenza. Per questi “nuovi ascoltatori”, il ricordo che avranno di me dopo aver girato l’angolo sarà “che bell’ometto, e che bella voce”. Un’happy hour all’insegna di quella lirica che non si subisce a teatro, ma si compiace dietro a una sigaretta, tra due occhiate. Una conversazione, concerto per pochi fortunati.
Una gran bella voce. Saprei vendere una saponetta a un orso. Sembra il timbro pubblicitario della radio, senza però quella punta di ottusa arroganza imposta per simulare un’immagine solida e rassicurante. Anzi, con questa voce potrei rifiutare con assoluta fermezza di vendere una saponetta a un orso. Cosa se ne farebbe?  
Anche all’edicola, prendere oggi il giornale è, per me, l’accarezzare i timpani di una vecchia e approssimativa creatura con soffice piuma di bemolli. L’edicolante approssimativo m’appoggia in mano il fascicolo che sfoglierò noncurante sull’autobus. Intorno a me, già li vedo, futuri ascoltatori di un timbro vocale che si allontana caparbio e sprezzante dall’ottavino che m’apparteneva appena stamattina.
Un ottavino che non mi manca, giammai. Con il primario sono stato chiaro: no violino, no trombone. Un flauto dolce imbevuto di dopobarba, suonato da un negro del Mississippi dopo la ventesima sigaretta.
E adesso, questa voce, ce l’ho. Al giorno d’oggi, con la tecnologia e l’informazione e l’estensione culturale, basta sapersi adattare e cedere ogni tanto a piccoli compromessi, microscopiche anse di un fiume che, se colmo al punto giusto, può straripare di soddisfazione, e chi ci pensa più?! – alla pianticella che fino a poco prima sembrava gravare su una scelta come una diga al torrente. Una scelta da uomo maturo, uomo responsabile, grande, “Cosa vuoi far da grande?” dice ora la mia voce, e quasi non mi accorgo di dirlo. Anzi, non volevo dirlo.
“Cosa vuoi fare da grande?” ancora. Un ragazzo mi guarda strano.
“Da Global Cash puoi diventare grande. Vieni ai nostri punti vendita, più di cinquemila sedi in tutta Italia, potrai parlarne con uno dei nostri esp…” sono costretto a tapparmi la bocca. Una signora cambia marciapiede. Un’altra accelera, appena mi volto per cercare conferma a… a che cosa?
Non ero io che parlavo. Ma “Piedi stanchi? Porta rispetto per i piedi. I piedi ti portano. Portali da FootFriends, la più grande catena di…” e via discorrendo.
Una bella ragazza nera mi guarda divertita, come complice.
Ecco cos’era la postilla. Ecco. Ora qualcuno ha affittato la mia voce per i prossimi… o mio Dio. Tre anni. Ho firmato quella cosa, con la frenesia di un bambino sotto Natale. Con le mani serrate davanti alla bocca, sembro l’urlo di Munch prima dell’urlo. Ma se non sbaglio era mezz’ora al giorno. Se non erro era solo mezz’ora al giorno. Se non ricordo male…
Provo a urlare, ma dico solo “che una colazione sana è il turbo per una giornata con le ali”. 
O mioddio.
 
Quando riprendo i sensi, sono seduto al divanetto di un bar, e ho davanti una tazza di thé nero. Al mio fianco un signore distinto che annuisce grave, ha una strana spilla a forma di violino. Parla.
Dice: “Buongiorno. Ha fatto un bel sonnellino, eh? Capita.” 
Ha una bellissima voce, come se parlasse da un giardino pieno di fiori e fumasse una pipa carica di tabacco profumato.
Dice: “La prima volta è così. Ma poi ci si abitua. Per quanto ha firmato?”
“Tre anni, credo…”
“Almeno hanno fatto un ottimo lavoro. Ha una bellissima voce.”
“Anche lei”.
Alla mia sinistra, e non l’avevo notata prima, una ragazza graziosa, pallida, con una fascia per capelli rossa e dei brillantini che formano un motivo natalizio, o qualcosa di simile.
“Imparerà che poi gli orari se li segna. Io faccio così da un paio d’anni.”
La bellissima tonalità, come di yogurt alla vaniglia con un lieve rientro roco di scaglie alla violetta, supplisce solo in parte alla sgrammaticata affermazione di Simonetta Rossana, che si presenta infilandomi la mano in mano.
L’uomo invece, scusandosi goffamente per la maleducazione, con il suo bel timbro al tabacco profumato, afferma di chiamarsi Ezio Harvard, e di essere italo-americano.
“Adesso mi dovete scusare un momento, è la mia mezzora.” Simonetta si alza e va in bagno, guardando il piccolo orologio da polso, guardo Ezio e mi fa cenno di non preoccuparmi, tutto regolare.
Dal bagno poco dopo la sentiamo decantare  
“Finalmente brillo, casalinghe di tutta Italia, come brillare senza brillo? In comode clip monouso!” e anche “Da domani in edicola con Meglio Vip la collana di perline boliviane, a soli due euro! Meglio Vip, il pepe della tua settimana!” e anche “Sei volte sei! La nuova lotteria, diventa milionario con…”.
Ezio ogni tanto sorride, come se conoscesse già a menadito quello che Simonetta dice, megafono vivente, canale pubblicitario umano, Ezio sicuramente conosce alla perfezione tutti questi spot. E mi guarda come se volesse dire vedrai, che li conoscerai anche tu. Gli avventori del bar sembrano non farci caso, tranne il barista che sbuffa e guarda in direzione della porta beige della toilette.
Chiedo a Ezio “Ezio, quanto ti manca alla fine del.. insomma… dell’affitto pubblicitario?”
“Tre anni.”
“Allora sei nuovo anche tu?”
“No, no, no… mi sono fatto prolungare il contratto per… per le risate. Ho firmato ancora.”
“Che… per ridere? Ma che c’è da ridere?”

 

Ezio ride. Una bellissima risata, cristallina, piccola ma presente, rubiconda ma non grottesca o canzonatoria. Una gran bella risata. Io non ho una bella risata
colpevole: kimala66 alle ore 09:52 | Permalink | commenti
categoria:humans after all
martedì, 29 maggio 2007
Ruvidi, avidi
facce di merce
Mercoledì dell’aperitivo
Ruvide, aridi
Martini bianco
Mercoledì del largo sorriso
Facce di merce
di media cintura
mediocre premura
Malfermo di cocktail
sorreggimi l’ora
Mercoledì delle facce di merce
Pregne automobili
Fregne retrattili
Abiti simili,
divise e utensili
Diagnosticate da tempi
ignobili, mercoledì
Del mostrami i crediti
Mercoledì della santa merce
I patetici mesi
Del nulla congenito
Mercoledì di merda.
colpevole: kimala66 alle ore 10:36 | Permalink | commenti
categoria:humans after all
mercoledì, 23 maggio 2007
Filippo è un uomo che ha sempre dedicato particolari attenzioni agli abiti e alle opere d’arte. Scapolo, sobrio, non occupa più spazio di quello che deve. Lava dei piatti fondi, anonimi, bianchi, che ripone delicatamente in una scatola di cartone ai suoi piedi. Ripete il movimento più volte, cadenzato, disegnando una parabola che ricalca la volta successiva. Serio, compunto. Un aggettivo: metodico.
Filippo è metodico anche quando trascina la scatola con i piatti verso l’altro lato del salotto. Le pareti sono spoglie, bianche, anonime. Filippo e la sua camicia bianca potrebbero scomparire nel muro e il leggero tocco musicale di un ottavino non cambierebbe. Filippo sta per morire, lo sa, è anziano, e la Malattia lo colora di un’austerità marmorea. Quella sensazione che, in chiesa, è appiccicosa come una pellicina umida e fredda.
Un aggettivo: elegante. Tutti i suoi averi sono accatastati intorno ad un letto. La scatola dei piatti si mette a fare compagnia a una lampada a tubo alta fino al soffitto; a un quadro ingiallito della facciata di una casa ligure. C’è una statua goffa e pesante, imitazione in pietra della dea della fertilità. Ci sono scatole, scatoline e altre scatole. Prima di collocare l’ultimo contenitore, Filippo osserva con gli occhi socchiusi l’effetto dell’insieme. Un faraone moderno che si circonda delle piccole illusioni che l’hanno accompagnato fino alla soglia. Non si chiede se dovrà soppesare il suo cuore con una piuma: la scatola con i piatti va lì, ed è lì che la mette.
Si mette la cravatta, stringendola al punto giusto. Getta le pattine e indossa due scarpe lucide. Dà una pulita agli occhiali con un panno blu. Indossa la giacca. Dà una pulita all’obbiettivo di una macchina fotografica.
L’appoggia sul muro basso che separa il cucinino dal soggiorno. Guarda che sia puntata verso il letto. Un aggettivo: fluido. Così si dirige a letto. Allungato, chiude gli occhi e incrocia le mani sul petto. La polaroid scattata si appoggia per terra.
Poi, un battito di mani. Un altro. Applausi per Filippo, che non si alza dal letto. La quarta parete è uomini, donne e bambini che hanno osservato lo spettacolo. Una bambina strappa ciocche di zucchero filato rosa dalla nuvoletta appiccicosa che le copre parte del volto. Un’anziana signora commossa si asciuga le lacrime.
Il sipario chiude lentamente la visuale, e gli applausi si affievoliscono, e la gente si disperde.
I due tecnici, dopo aver acceso le luci di servizio, si avvicinano al letto e infilano Filippo in un sacco, che chiudono con una cerniera. Uno dei due raccoglie la foto e la infila nel sacco, scrollando le spalle all’indirizzo del collega, che fuma una sigaretta stretta nelle labbra. Un aggettivo: logorante.
Nel camerino, un anziano stringe un fascicolo di fogli sudati. Si affaccia un tecnico con delle cuffie. L’anziano si volta di scatto. Il tecnico: - Un quarto d’ora.
L’anziano annuisce, e chiude gli occhi come se dentro le palpebre ci fosse un’altra chance, almeno un altro provino. Un aggettivo: naturale.
colpevole: kimala66 alle ore 13:00 | Permalink | commenti (2)
categoria:muri
domenica, 13 maggio 2007

images4Conto i miei passi ogni mattina, con la stessa naturalezza del buttare per strada il cicco dell'ultima sigaretta. Conto i giorni dopo aver contato le notti. Respiro l'ebbrezza di un momento passato, e mi fermo nel pensare a venti cadaveri congelati di no - name cinesi cascare dal cielo partenopeo. Attendo che qualcuno mi spieghi perchè ad un vecchio detto che recitava "un giorno sei te a mangiare l'orso, un giorno è l'orso a mangiar te" nessuno ha mai dato ascolto. E ancora di più non riesco a capire quanto possa non giocare un capitano, non combattere un generale, non recitare un protagonista. Poi una sera te li ritrovi di fronte. A capotavola Garibaldi con la sua camicia rosso mattone, alla ricerca di un altra Quarto lomellina, per poi rilanciare con vecchi frequentatori di Valle Giulia e nuove vittime di barba fatta e fazzoletto nel taschino. In un angolo si scorge l'odore di panino al cotto da ricreazione delle medie, coperto da un epistolario burocratico. Voglia di gridare l'esistenza che si chiude in un barattolo di legno di ciliegio intagliato con fiamminghe armonie. Conto. 

colpevole: Meelquiades alle ore 02:07 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 07 maggio 2007
Mi sudano le ascelle in modo pazzesco. Bizzarro come l’afa sembra sempre un affronto personale, una sfida: cammina, stronzo, che ti sistemo io. Questo penso mentre cerco di coprire le macchie criminose con un movimento innaturale delle braccia. Sembro un gabbiano al contrario. Poi mi sudano le mani. La gente per strada immagino mi veda come un grassottello rifiuto provinciale. Uno sfigato. Ho due cartine geografiche sulla maglietta, due buchi neri, due chiazze stupide e bagnaticce. Corpo umano, ragazzi miei: la macchina perfetta. Quest’afa è un affronto alla mia dignità di passante. Sono questi i massimi sistemi: illudere gli altri che tu non “pezzi”. Che a te non sudano le ascelle. Questa è filosofia. Questo è marketing. Nascondere le proprie umide vergogne con sapienti e retrattili giochi di articolazioni. Sembro un demente. Intravedo la facciata del Duomo, tra poco sarò nel sottopassaggio, con il mio bravo sacchetto di plastica ripieno di futili acquisti, le mani sudaticce e le ascelle fradicie.
Che schifo.
Ma poi mi passa tutto. Arriva un momento in cui, colto alla sprovvista da un suono che non riesco a individuare, comincio a sbattermene le palle.
Forse ho individuato, nella mia vita, oggi, prima, il momento in cui sono cresciuto di un pochino. Come se ci fosse una linea di confine netta, separata e precisa tra le varie fasi della crescita.
Grazie, ascella pezzata. A domani. So che non mancherai. 
 
Ascella: Se non ci fossi io tu chissà cosa faresti.
K66: Esageri. Lasciami stare un secondo che non trovo l’abbonamento.
Ascella: E’ nel portafoglio. Almeno.
K66: Taci un attimo. Forse l’ho lasciato in negozio. Merda. 
Ascella: Fai passare che c’hai dietro gente.
K66: …due coglioni.
Ascella: Te li chiamo?
K66: Lascia stare, va. Torniamo su?
Ascella: Ah io ti avviso. Lo sai che poi sudo, emano, espello diciamo.
K66: Sono cresciuto un pochino. Non mi freghi più. Sono umano, e l’umano suda.
Ascella: Fa come credi. Umano o no, oggi va così. Adesso lasciami stare va. Non è sano, se i miei mi vedono a parlare con te menata.
 
E tace.
L’abbonamento poi l’ho trovato.  
 
colpevole: kimala66 alle ore 10:12 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 01 maggio 2007
Stimatore non polarizzato dell'uomo è l'uomo perfetto,
in assoluto sarebbe difficile da immaginare,
causa la dinamicità con cui i profili psicofisici degli
individui si susseguono e mutano secondo leggi
evoluzionistiche molto semplici.

1)     la sopravvivenza sempre più egocentrica dell'individuo dovuta alla
         scarsità delle risorse.
2)     il continuo mutare della natura che ci costringe a cambiare i mezzi.
3)     l'inevitabile dipendenza uomo-uomo

L'uomo perfetto è quindi un concetto puramente istantaneo e dipende
da tutti gli uomini  della popolazione.
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare esso sarebbe molto
 più vicino alla scimmia che all'"uomo".

La media di tutte le psicologie anche quelle folli ai nostri occhi (di gran
lunga in quantità maggiore) che distribuiscono il pensiero molto vici-
no alla natura stessa.

La socetà moderna è quindi un caso particolare di "uomo" molto lontano
dall'essenza perfetta.

La varianza con cui l'uomo esiste genera le persone così diverse da loro.
Genera le relazioni entità così complesse e misteriose....
colpevole: ilp4zzo alle ore 14:18 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 25 aprile 2007
Tette, culo, figa, bella figa, cazzo, cum, sado, pompino, blowjob, handjob, libarazione, Ungaretti, Calvino, Paolo Rossi, Mughini, .....Grande fratello. Ciao.
colpevole: vuv alle ore 12:38 | Permalink | commenti
categoria:muri
lunedì, 23 aprile 2007
Ci si sente come quando si partecipa ad un gioco di ruolo lungo tutta la vita; a volte annoia, stufa, in certi passaggi invece entusiasma e stimola.  Come un grande capo di stato cerchi di equilibrare gli elementi: la competitività e la solidarietà. Un piccolo mago-alchimista che cerca scudi anti cinismo e anti ideologia,  maestri. Un fotografo che muove in continuazione l'obbiettivo per mettere a fuoco ora l'universo ora ogni secondo della sua vita. Un cupido rabbioso che rifiuta il suo compito trafiggendosi, un cupido che invece di far innamorare la gente vorrebbe incominciare ad uccidere, con quelle maledette frecce. Frustrato, licenziato perchè lavorava sempre con un numero dispari di frecce. Ci si sentiva così, fumando una delle poche sigarette, aspettando che i panni lavati si asciugassero.
colpevole: vuv alle ore 21:00 | Permalink | commenti (1)
categoria:humans after all
giovedì, 19 aprile 2007
Cambierei nome
Se potessi
Mi chiamerei Lassie.
 
Cambierei volto.
Che sto dicendo?
Pardon,
non mi ascolto.
 
Cambierei il giorno.
Lo allungherei
di mezzo secondo.
 
Cambierei i miei
se lo vorrei.
Se lo volessi
(verbo sbagliai)
 
Cambierei te
e le tua vita
con qualcos’altro.
Saresti più scaltro.
 
Sostituirei me
con qualcos’altro.  
 
Cambierei nome;
sarebbe molto bello
chiamarsi “Ornello”.
 
Ma sarei “Io” fino alla fine
fino a quando
tutto di me
tornerà concime.
 
 
colpevole: kimala66 alle ore 13:08 | Permalink | commenti (3)
categoria:i punti della sfera
martedì, 10 aprile 2007

A volte oziando mi viene in mente a quanto mi piacerebbe aprire una rubrica, per trattare tutti gli argomenti a me più cari. Per esempio vorrei raccogliere le esperienze di tutti quelli che hanno subito aggressioni da polli o volatili simili, oppure di chi si è tagliato con un foglio, o di chi ha avuto paura di aver messo incinta una ragazza perchè gli è scappata la pastella sulle mutande. Mi viene anche da dire tutti quelli a cui si è infilzata una lisca di pesce nelle gengive.

Potrei chiamarla “Tutto l'assurdo quotidiano”. Chi vuole darmi una mano?

colpevole: vuv alle ore 14:14 | Permalink | commenti (10)
categoria:humans after all
lunedì, 09 aprile 2007
Davanti al direttore del personale mi sudano le mani. È un ometto spicciolo, piccolo. Nonostante l’apparenza, e lo noto con dispiacere, è altezzoso e forzatamente sobrio. Emana odore di shampoo neutro, cibo per criceti e serata in casa.
Io, al contrario, ieri sera ero sicuramente diverso, sono sempre diverso. Ricordo che da bambino ero talmente diverso che la mia classe, alle elementari, era tappezzata di me stessi, tutti diversi e piccolissimi.
Vuole assumermi.
Io lo sapevo già prima di sedermi su questa poltrona comoda, di tela rossa, girevole: certi presentimenti li avverti sulla nuca, quando ti capita di trovarti nella situazione spiacevole che sto provando. Vuole assumermi. Un dato di fatto, come le scatole di farmaci che vedo appoggiate sulla scrivania del direttore del personale. Svuotate, fiaccate, decartoncinizzate. Poco democraticamente, l’ometto sobrio si alza, fissandomi, e camminando lentamente mi oltrepassa, oltrepassa una porta, sento dell’acqua scorrere. Vuole assumermi. Dato di fatto.
Mi alzo e corro verso la finestra, schiantandomi e rovinando a terra, sul tappeto dell’ufficio, come l’ultimo degli sconfitti. Sono bloccato nell’ufficio del direttore del personale.
Lui torna, con un bicchiere di acqua fresca in mano. Mi afferra e mi ingoia.  
E io sono assunto.

colpevole: kimala66 alle ore 14:48 | Permalink | commenti (2)
categoria:crepe e nuvole

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