Bella, audace, profumata e docile come una lasagna. È così che mi si presenta per la prima volta la mia nuova voce. Finalmente è toccato a me. Dopo due anni di attesa in una coda chilometrica di interventi, finalmente il mio nuovo punto di contatto con il mondo. Una voce nuova.
Appena fuori dall’ospedale, anzi, ancora prima, appena giù dal lettino eccola: come un bebé che grida e scalcia per prendere pieno possesso del mezzo che lo accompagnerà per tutta la vita, io ho cantato “Ridi Pagliaccio”. Svolazzi di applausi tra le infermiere e il primario. Poi scarpe, sorrisi in corridoio, e una grossa porta a vetri che solo tre ore prima avevo varcato al contrario, non del tutto sicuro e tranquillo riguardo l’esito dell’operazione.
Ma, dopo la firma, niente più titubanze. Un contrattino, un’assicurazione o qualcosa di simile.
Anche in strada, per la prima volta, saluto i passanti frettolosi con calma e malcelato slancio, e colgo nelle loro espressioni la stupita sorpresa dell’ascoltare una gran bella voce. Mi propongo con una nuova portata, culinaria immagine, rispetto al mio solito antipasto carente di tonalità gravi e profonde: dopotutto in una città ci si frequenta in pochi, e solo la piccola frazione di concittadini che mi conosce saprebbe notare la differenza. Per questi “nuovi ascoltatori”, il ricordo che avranno di me dopo aver girato l’angolo sarà “che bell’ometto, e che bella voce”. Un’happy hour all’insegna di quella lirica che non si subisce a teatro, ma si compiace dietro a una sigaretta, tra due occhiate. Una conversazione, concerto per pochi fortunati.
Una gran bella voce. Saprei vendere una saponetta a un orso. Sembra il timbro pubblicitario della radio, senza però quella punta di ottusa arroganza imposta per simulare un’immagine solida e rassicurante. Anzi, con questa voce potrei rifiutare con assoluta fermezza di vendere una saponetta a un orso. Cosa se ne farebbe?
Anche all’edicola, prendere oggi il giornale è, per me, l’accarezzare i timpani di una vecchia e approssimativa creatura con soffice piuma di bemolli. L’edicolante approssimativo m’appoggia in mano il fascicolo che sfoglierò noncurante sull’autobus. Intorno a me, già li vedo, futuri ascoltatori di un timbro vocale che si allontana caparbio e sprezzante dall’ottavino che m’apparteneva appena stamattina.
Un ottavino che non mi manca, giammai. Con il primario sono stato chiaro: no violino, no trombone. Un flauto dolce imbevuto di dopobarba, suonato da un negro del Mississippi dopo la ventesima sigaretta.
E adesso, questa voce, ce l’ho. Al giorno d’oggi, con la tecnologia e l’informazione e l’estensione culturale, basta sapersi adattare e cedere ogni tanto a piccoli compromessi, microscopiche anse di un fiume che, se colmo al punto giusto, può straripare di soddisfazione, e chi ci pensa più?! – alla pianticella che fino a poco prima sembrava gravare su una scelta come una diga al torrente. Una scelta da uomo maturo, uomo responsabile, grande, “Cosa vuoi far da grande?” dice ora la mia voce, e quasi non mi accorgo di dirlo. Anzi, non volevo dirlo.
“Cosa vuoi fare da grande?” ancora. Un ragazzo mi guarda strano.
“Da Global Cash puoi diventare grande. Vieni ai nostri punti vendita, più di cinquemila sedi in tutta Italia, potrai parlarne con uno dei nostri esp…” sono costretto a tapparmi la bocca. Una signora cambia marciapiede. Un’altra accelera, appena mi volto per cercare conferma a… a che cosa?
Non ero io che parlavo. Ma “Piedi stanchi? Porta rispetto per i piedi. I piedi ti portano. Portali da FootFriends, la più grande catena di…” e via discorrendo.
Una bella ragazza nera mi guarda divertita, come complice.
Ecco cos’era la postilla. Ecco. Ora qualcuno ha affittato la mia voce per i prossimi… o mio Dio. Tre anni. Ho firmato quella cosa, con la frenesia di un bambino sotto Natale. Con le mani serrate davanti alla bocca, sembro l’urlo di Munch prima dell’urlo. Ma se non sbaglio era mezz’ora al giorno. Se non erro era solo mezz’ora al giorno. Se non ricordo male…
Provo a urlare, ma dico solo “che una colazione sana è il turbo per una giornata con le ali”.
O mioddio.
Quando riprendo i sensi, sono seduto al divanetto di un bar, e ho davanti una tazza di thé nero. Al mio fianco un signore distinto che annuisce grave, ha una strana spilla a forma di violino. Parla.
Dice: “Buongiorno. Ha fatto un bel sonnellino, eh? Capita.”
Ha una bellissima voce, come se parlasse da un giardino pieno di fiori e fumasse una pipa carica di tabacco profumato.
Dice: “La prima volta è così. Ma poi ci si abitua. Per quanto ha firmato?”
“Tre anni, credo…”
“Almeno hanno fatto un ottimo lavoro. Ha una bellissima voce.”
“Anche lei”.
Alla mia sinistra, e non l’avevo notata prima, una ragazza graziosa, pallida, con una fascia per capelli rossa e dei brillantini che formano un motivo natalizio, o qualcosa di simile.
“Imparerà che poi gli orari se li segna. Io faccio così da un paio d’anni.”
La bellissima tonalità, come di yogurt alla vaniglia con un lieve rientro roco di scaglie alla violetta, supplisce solo in parte alla sgrammaticata affermazione di Simonetta Rossana, che si presenta infilandomi la mano in mano.
L’uomo invece, scusandosi goffamente per la maleducazione, con il suo bel timbro al tabacco profumato, afferma di chiamarsi Ezio Harvard, e di essere italo-americano.
“Adesso mi dovete scusare un momento, è la mia mezzora.” Simonetta si alza e va in bagno, guardando il piccolo orologio da polso, guardo Ezio e mi fa cenno di non preoccuparmi, tutto regolare.
Dal bagno poco dopo la sentiamo decantare
“Finalmente brillo, casalinghe di tutta Italia, come brillare senza brillo? In comode clip monouso!” e anche “Da domani in edicola con Meglio Vip la collana di perline boliviane, a soli due euro! Meglio Vip, il pepe della tua settimana!” e anche “Sei volte sei! La nuova lotteria, diventa milionario con…”.
Ezio ogni tanto sorride, come se conoscesse già a menadito quello che Simonetta dice, megafono vivente, canale pubblicitario umano, Ezio sicuramente conosce alla perfezione tutti questi spot. E mi guarda come se volesse dire vedrai, che li conoscerai anche tu. Gli avventori del bar sembrano non farci caso, tranne il barista che sbuffa e guarda in direzione della porta beige della toilette.
Chiedo a Ezio “Ezio, quanto ti manca alla fine del.. insomma… dell’affitto pubblicitario?”
“Tre anni.”
“Allora sei nuovo anche tu?”
“No, no, no… mi sono fatto prolungare il contratto per… per le risate. Ho firmato ancora.”
“Che… per ridere? Ma che c’è da ridere?”